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11/5/2005 Dal "Diario di Bordo" di Gis - Alla fine di un viaggio...22 agosto '05 - In volo... - h. 16.35Finalmente (o purtroppo...) siamo in volo verso l'Italia!
Stesso giorno - Aereoporto di Nairobi - h. 18.07... E la prima tappa del viaggio di ritorno è conclusa. Ora si aspetta qui fino alle 21.00 e fischia. Circa tre ore, urgh! In questa orribile sala d'aspetto giallina, urgh! VOGLIO TORNARE NELLA SAVANAAA!!! E invece no. Dopo l'attesa infinita (certo che questi pseudo-lounge da classe turistica fanno proprio sgiài!), ci saranno altre 8 ore di volo. Fino a Bruxelles. E poi fino a Caselle. E poi a casa.
Questi ultimi giorni africani sono stati densi e frenetici. L'ultima sera a Komuge è stata una tra le più speciali della mia vita. Abbiamo ballato al suono dei tamburi per ore. Poi ci siamo scambiati i regali - a me è toccato una specie di strumento piatto, rettangolare e pieno di semi; emette un baccano infernale! Gli studenti avevano passato tutta la giornata precedente a fare i preparativi per la festa. Sono stati rintanati per ore a preparare le sorprese, e io ero tremendamente curiosa di sapere cosa stessero combinando. Insomma, ho vagato come una scimmia per tutto il pomeriggio, cercando di spiare. Un classico.
Ovviamente, quella notte non ho dormito. Dopo la baldoria, sono passata a salutare Dominic & Joseph. Poi sono stata fino alle 3.00 del mattino con Immaculatha. E con i secchielli per raccogliere le lacrime, of course!
Quindi siamo partiti in matatu. Era buio pesto. E diluviava. Due ore dopo eravamo a Musoma, dove abbiamo preso il pullman per Mwanza. Siamo arrivati a destinazione che era ormai mattina inoltrata. Non dormivamo in piedi solo perchè avevamo una fame allucinante.
Verso sera, dopo un breve volo - aereoplano in perfetto stile "Barone Rosso" - siamo atterrati a Dar-Es-Salaam. Anche se era buio, ci siamo subito resi conto di quanto questa città fosse diversa da quelle che avevamo visto fino a quel momento. Eravamo sulla costa, vicino al mare. Il Lago Vittoria era a kilometri di disatanza. E anche la savana, e la casetta dove abbiamo vissuto per più di due settimane...
Gli ultimi giorni siamo stati a Zanzibar e a Bagamoyo. E abbiamo fatto i turisti. Sarò sincera: non è così semplice comportarsi da turisti, dopo aver trascorso così tanti giorni a lavorare in una missione. E' stato abbastanza FATICOSO fare i turisti. Incredibile, vero?
Zanzibar. E' un bel posto, senza dubbio. Sembra di stare in una cartolina. O in una guida turistica. Abbiamo visitato le piantagioni delle spezie: profumatissime e tremendamente buone. Il mio spirito "Cosmo" ha fatto capolino quando è comparso dal nulla un venditore di essenza di ylang-ylang: stavo per comprare una intera fornitura di profumo! E poi... le spiagge, finalmente! L'unico problema è che, dopo tutte le avventure passate, non avevamo assolutamente voglia di metterci in costume. La classica estate "all'italiana" non era più una priorità.
A Dar-Es-Salaam, abbiamo passato una giornata in uno stabilmento balnerare turistico. Munito di baywacth energumeno, esotici suonatori di lattine, cucina piena di salsa curry, ombrelloni di paglia e affitto di quad per correre sulla sabbia. E teste di zebre di plastica appese qua e là. Inutile dire che non ci è piaciuto. Era il luogo più "finto" che avessimo mai visto. Un po' come tutti i villaggi turisitici in cui ci siamo imbattuti. Se uno viene qui e si chiude in un mega-albergo con divanetti design... beh, poi non mi venga a dire che ha visto l'Africa!
La vera sorpresa è stata Bagamoyo. Una località a pochi kilomerti da Dar, nel passato tristemente famosa per il commercio degli schiavi. Ora, invece, un vero e proprio paradiso terreste. Mare trasparente, natura incontaminata, speculazione turisitica pressochè assente. E' difficile da descrivere, neanche le foto che abbiamo scattato rendono bene l'idea del luogo. Comunque, anche questo è un posto in cui mi piacerebbe tornare.
Ad ogni modo, in questo momento ho solo un desiderio: andarmene da questo pseudo-lounge giallognolo e raggomitolarmi sulla poltrona dell'aereo. E dormire.
Stesso giorno - Stesso luogo - h. 19.55Cos'è la "faccenda"? Il prezioso cavatappi di Babu, ovviamente. Che, per un fortuito errore, è finito nel bagaglio a mano e non nella valigia. La "faccenda" non avrebbe mai superato il check-in, e Babu sarebbe stato scambiato per un dirottatore di aerei mascherato da prete.
Babu ha appena concluso un ottimo affare. Ha barattato la "faccenda" con una bellissima tavoletta di cioccolato. Ok, non potremo più sturare le bute di vinello. Ma tanto qui non ce ne sono. In compenso, il cioccolato è very enjoyable!
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EpilogoEd è così che siamo tornati in Italia sani e salvi. E tremendamente soddisfatti. Sull'airbus per Bruxelles c'era anche uno steward a dir poco "notevole". Solo che il settore dove stavamo io e mia sorella era servito dalla sua collega isterica (ovviamente è diventata subito mia nemica). Ad ogni modo, ci siamo ricordate che in Europa ci sono un sacco di bei figlioli, e ci siamo subito sentite consolate da ciò.
Per la cronaca: una volta a casa, la sottoscritta ha avuto alcune strane reazioni comportamentali. Come previsto, d'altra parte. La vista della mia cameretta, in cui dormo da ben 23 anni, mi ha quasi provocato una crisi di pianto. Non sapevo dove mettere le cose. E' andata a finire che ho buttato nella spazzatura un bel po' di rumenta. Le feste e i locali trendy mi hanno provocato l'orticaria per qualche settmana. Idem per quanto riguarda lo shopping. Poi mi sono ripresa, per fortuna.
Ci sono tuttavia alcune azioni che continuo a ripetere incessantemente:
1) guardare e riguardare le foto e i filmati di quet'estate
2) indossare la mia sciarpa "da savana", che al momento non è ancora passata per la lavatrice
3) suonare il tamburo per rompere le cosiddette al mio insopportabile vicino di casa
4) salutare mia sorella in swahili
5) parlare in inglese con l'accento africano (almeno però ho iniziato a capirlo, l'inglese!)
6) decorare i miei documenti Word con striscoline zebrate
7) controllare e ricontrollare con somma attenzione i miei nuovi contatti su SkypeOut
8) cercare di convincere Fab a venire in Africa con me, la prossima estate (un giorno o l'altro mi tirerà una padellata in testa, lo so).
Però ho smesso di rimpinzarmi di burro d'arachidi a colazione. Anche perchè, nonstante tutto, Joe Black (quello del film con Brad Pitt) non voleva mai favorire. Accidenti!
The End
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Una piccola news, giusto per finire. Avete dato un'occhiata alle due new entry del mio "P!nk Jukeboxe"? Il nuovo video dei Dandy Warhols (ricordate Boheamian like you?) e il metodico Mo che fa breakdance?
Beh, se non avete ancora visto queste due chicche, date un'occhiata. Poi ditemi cosa ne pensate! 10/18/2005 Dal "Diario di Bordo" di Gis - Ultimi giorni a Komuge11 agosto ’05 – Komuge/Tarime/Gamasara (Tanzania) – h. 10.34Se pensate che la savana sia una landa desolata, in cui non si incontra anima viva per kilometri e kilometri… beh, vi state sbagliando. Viaggiando (s)comodamente appollaiati nel “dietro” del pick-up, su una strada di terra rossa che si snoda in mezzo all’erba alta, si possono fare gli incontri più strani ed improbabili. Ci si ferma vicino a un pozzo, che pompa con fatica un po’ d’acqua verso la missione di Komuge. E subito compaiono, tra gli arbusti spinosi, delle figure scure. Due donne curiose, che si avvicinano con i loro bambini per vedere cosa accade. E poi si giunge a Tarime, una piccola città al confine col Kenya. Tre aggettivi per descriverla: popolatissima, fangosa e… “losca”? Sì, perché è una zona perlopiù commerciale. Qui si può trovare veramente di tutto: dalle più banali verdure alla pasta italian style, dalle stoffe africane ai jeans extralarge, dai cellulari Nokia alle magliette tarocche della Juve… con tanto di scritta “Del Piero” stampata sulla schiena! Beh… finalmente ho comprato una “simu” (la sim per il cellulare, tanto per intenderci) tanzaniana, e posso chiamare Fab in Italia senza dover aprire un mutuo. A pochi chilometri dalla città, la missione di Gamasara. Qui ci sono un asilo e un “dispensario” (una sorta di grande ambulatorio medico, in cui si fanno le analisi e si distribuiscono le medicine alla popolazione). E una cuoca che cucina divinamente le patate dolci fritte… da leccarsi le dita! Di lì a poco, di nuovo in viaggio. E, lungo la via, verso l’ora del tramonto, ecco comparire i portatori d’acqua. I secchi colorati in testa, oppure attaccati ai lati della bicicletta. Tutti si avviano lentamente verso le loro capanne. Non sempre contenti di essere fotografati, in realtà… diciamo che qualche sacrosanto insulto ce lo siamo preso!
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1) L'acqua va rigorosamente razionata. Quindi se ne pescano quattro bicchieri dal secchio giornaliero, ci si lava aggiungendone il meno possibile (e "riciclando", nel limite della decenza), poi si prende il tutto e si usa per... ehm ehm... tirare l'acqua del cesso. Oppure, se si è alla disperazione, ci si buttano i calzini dentro. Ma questo, grazie al cielo, non è ancora successo. In ogni caso, lavarsi i capelli è molto più complesso.
2) Per pulire la casa, si procede con il seguente metodo. Si passa la ramazza, si grattano con le mani le eventuali macchie sul pavimento, si sbatacchiano un po' i materassi e le zanzariere e si cambiano le lenzuola. Poi si passa un letale spray repellente per gli insetti lungo le porte e le pareti. E quindi si esce e si sta fuori all day long, visto che il suddetto spray ha un odore che uccide anche le persone!
3) I rapporti di coppia funzionano all'incirca nel seguente modo. Se non c'è l'approvazione di entrambe le famiglie, meglio lasciar perdere. Non sono riuscita a capire cosa succede nel caso, ma a quanto pare qui anche la cosiddetta "fuitina" non serve a nulla. Una volta superato questo primo scoglio, la ragazza passa direttamente dal controllo del padre a quello del marito. Previo adeguato scambio di mucche. Ed è bene che sforni presto un certo numero di pargoli - se non ha almeno cinque o sei figli, qui una donna è considerata "inutile".
4) Una ragazza "perbene" non ha MAI voglia di fare una passeggiata. Se esce di casa, è perchè deve fare qualcosa di preciso. Immaginate le facce degli studenti quando io e mia sorella abbiamo chiesto di portarci a spasso con loro! All'inizio erano perplessi, poi hanno accettato di accompagnarci fino al centro di Komuge. Siamo scese fino alle capanne, un'esperienza straordinaria!
5) Ai bambini africani piacciono i capelli lisci. Le ragazze stravedono per le collane di perline (fanno tanto "nobile Masai"...). E' necessario proteggere adeguatamente gli occhi chiari. Non dal sole, ma dalle dita di quelli che non hanno mai visto iridi verdi o azzurre.
6) Gli africani hanno un pessimo rapporto con la tecnologia. In compenso ritengono che noi abbiamo un pessimo rapporto con la spiritualità. E hanno ragione. Ma non c'è niente da fare... io ai fantasmi proprio non ci credo!
To be continued...
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A proposito... devo fare gli auguri a Immaculatha, Anna Mary, Lioba, Marcelina, Dominic, Joseph, Damianus, Anthony e tutti gli altri amici tanzaniani, che oggi iniziano gli Esami di Stato. Lo so che non hanno Internet e che spiegare loro cos'è un blog sarebbe un'impresa ardua. Ma non importa!
Ancora una cosa importante... invito tutti i turineis che passano di qui a dare un'occhiata su S t y l e ° C a f è, che segnala una cosa bella al Quadrilatero!
Altri due giorni sono trascorsi, e intanto le nuove esperienze e le scoperte continuano ad accumularsi le une sulle altre.
Dopo una intera giornata di viaggio attraverso la savana sterminata e una più che meritata dormita, eccoci a destinazione. Dopo tutta la pioggia dei giorni scorsi e una notte nera come la pece, finalmente abbiamo visto il bellissimo sole africano! E siamo rimasti senza fiato...
Ci troviamo a Komuge, un piccolo paese a un'ora circa dal confine con il Kenya, a 40 km dal Lago Vittoria. Un paese composto da piccoli gruppi di capanne di fango, sparse nella savana riarsa dal sole. Una scuola elementare, una piccola chiesa e la missione. Qualche gallina, qualche mucca, qualche capretta... e molte, moltissime persone (soprattutto bambini) che si affacciano curiose dalle piccole finestre, quando passiamo.
La mattina è passata in un lampo. Abbiamo fatto un giro di ricognizione per la missione con Veronika, l'infermiera. Il "metodico" Mo, quando ha visto che la cisterna dell'acqua non aveva la righiera di sicurezza, si è arrampicato fino in cima e ne ha costruita una. Io sto girando ore e ore di filmati. Il Tondo sta già meditando (mumble mumble...), visto che domani dovrà cominciare le sue misurazioni. La Tonda gira con un notes prendendo appunti furiosamente. Luke the President fa "OOOH!".
In sintesi. A una prima occhiata Komuge sembra un piccolo paradiso terrestre. Ma, quando si osserva meglio, si vede che i problemi ci sono - la mancanza di acqua potabile, in primo luogo. Così non abbiamo fatto in tempo ad arrivare, che siamo già tutti al lavoro!
Se solo ripenso al viaggio di ieri... siamo partiti a un'ora improponibile, su un matatu tutto traballante e scricchiolante, carico di bagagli fino al tettuccio. Siamo usciti da Nairobi, inoltrandoci così nella savana, e proseguendo lungo la Rift Valley. Uno spettacolo mozzafiato, nonostante il clima umido e nuovoloso. Anche se qui spostarsi "via terra" non è il massimo della comodità, credo che sia il modo migliore per immergersi per la prima volta in questa realtà. Insomma, un po' di male alle chiappotte a fine viaggio, ma ne vale la pena!
Quando siamo passati nella zona di Masai Mara, abbiamo iniziato a vedere qualche animale - gazzelle, scimmie e qualche strano volatile a cui non saprei dare un nome... Poco dopo siamo passati in un territorio in cui vivono i Masai. E allora, lungo la strada, era frequentissimo vedere i pastori vestiti di rosso, con enormi greggi al seguito.
Avvicinandoci al confine, alcune pittoresche città "di frontiera". Alcune più commerciali, stracolme di venditori e di bancarelle; altre, invece, dei veri e propri pit stop per i camionisti. In ogni caso, tutte molto simili alle periferie di Nairobi.
Alle due del pomeriggio stavamo letteralmente morendo di fame. E siamo stati fortunati! Dopo una curva a gomito, ecco spuntare, in mezzo alla vegetazione, un invitante cartello: "Damside Country Hotel". Niente a che vedere con i ristoranti a cui siamo abituati in Italia, ma davvero molto molto accogliente! Abbiamo provato il primo vero pranzo tradizionale africano. Pollo, riso e sukuma wiki (una specie di verdura a forma di spinaci, ma un po' più amara), da mangiare con le mani... uno dei migliori pasti che io abbia mai assaggiato! Come da tradizione, prima di servire il cibo, il cameriere è passato con la caraffa di acqua tiepida, per farci lavare le mani. Poi ci ha insegnato a disporre correttamente il pollo e tutto il resto nel piatto.
Dopo una solenne mangiata (slurp!), costataci la bellezza di 3 euro a capoccia - un patrimonio, secondo gli standard del luogo! - siamo ripartiti. Ma, arrivati alla frontiera, un sconcertante sorpresa. Il nostro simpatico autista era senza passaporto. E senza permesso di espatrio per il matatu. E la frontiera tutto è meno che un posto amichevole. Nell'ufficio dell'agente di turno, un simpatico avviso: "Se mi offrite soldi vi sbatto dentro". Non c'è da meravigliarsi in realtà... siamo nel mezzo dell'Africa Nera!
A Babu stavano saltando le coronarie! Siamo stati lì bloccati per due ore. E' scesa la sera, e ci hanno detto che viaggiare di notte in Tanzania è, diciamo così... sconsigliabile. Per fortuna, all'apoteosi della paranoia, ecco che è spuntata la Beata da non si sa dove, e ci ha detto che aveva convinto gli agenti a farci passare. Tipo "sbrighiamoci prima che cambino idea"! Insomma, da queste parti avere una suora al seguito è meglio che avere un lasciapassare universale!
Non ricordo esattamente a che ora siamo arrivati a Komuge. So solo che era talmente buio che non si vedeva a un palmo. Al nostro arrivo alla missione, ci hanno accolti come se fossimo persone di famiglia. Solo che non ci avevano mai visti nemmeno in foto! Dopo cena siamo entrati in quella che sarà la nostra casetta per i prossimi giorni - poco più che una capanna. Abbiamo trovato secchi di acqua tiepida e braccialetti di perline. E lì, nel mezzo della notte africana, lontanissimi dall'Italia e dalle nostre solite vacanze, incredibilmente, ci siamo sentiti a casa.
To be continued...
Ovviamente a quest'ora sono già tutti a letto. Ormai è dimostrato:
qui tutti vanno a dormire, come si suol dire, con le galline e si
svegliano coi galli. I cagnacci delle suorine si aggirano per il
cortile, proprio due piani sotto la mia finestra. Prima mi sono
affacciata per vederli. Sono proprio dei brutti musi! Snort! Mi sono
messa le calze pesanti. Non vorrei mai alzarmi domani con Neve e Gliz
al posto dei piedi...
Ora sto pensando al tipico "vacanziero italiano medio", colui che non
potrebbe mai concepire una estate in cui non si esce la sera... A parte
che, attualmente, qui è inverno. Ma, in ogni caso, a nessuna persona
sana di mente verrebbe mai l'idea di uscire a Nairobi dopo il tramonto
del sole. Specie se la suddetta persona è bianca, con un cellulare con
lo schermo variopinto e la suoneria tridimensionale, una fotocamera da
paura, una cinepresa fresca fresca di negozio e un bel portafoglione
pieno di "euri". Sarebbe come passeggiare per il Bronx senza giubbotto
antiproiettile!
Al contrario, durante la giornata, un europeo totalmente ignaro delle
usanze africane può uscire abbastanza tranquillamente. In realtà è
meglio avere sempre una guida, onde evitare di perdersi e finire in
qualche zona "losca"... il che sarebbe esattamente come vagare senza
meta in piena notte!
Questa mattina abbiamo fatto un lungo giro in matatu
per le periferie della città. Le periferie. Che non sono esattamente
delle periferie come le intendiamo noi. Anzi, le nostre, in confronto,
sono i giardini dell'Eden! Chiamasi "periferia di Nairobi" un
agglomerato di "baraccopoli" che si estende a perdita d'occhio per
chilometri e chilometri. A un certo punto, un piccolo cartello mezzo
cancellato avvisa lo sventurato visitatore che si è giunti nel paese
adiacente. E tutto ricomincia da capo.
Finchè si rimane sulla strada principale e si osserva un po' più da
lontano, la scena assomiglia più che altro a un film americano con
olocausto nucleare annesso. Se ci si addentra nei vicoli e nelle
stradine, si ha un brusco ritorno alla realtà. Una bella "culata" sulla
terra dura e scivolosa di cui sono ricoperte le strade. Gli unici
edifici esistenti sono le innumerevoli baracche fatte di fango o di
lamiera. All'interno sono talmente buie che non si riesce a scorgere
nulla.
Migliaia di persone viaggiano a piedi per chilometri, caricandosi sulla
schiena montagne di legna, frutta e altre più improbabili merci
(specialmente le donne, magari con un figlio per ogni mano, altri due
al seguito e uno in pancia). Altri stanno seduti sulla soglia delle
case, con gli occhi spersi nel vuoto, aspettando che succeda qualcosa.
Una cosa veramente insolita sono i negozi. Si riconoscono facilmente
perchè sono pitturati esternamente (spesso i bar sono rossi o gialli,
le parrucchiere e le profumerie rosa, i meccanici bianchi o
azzurri...), e, sul lato anteriore, hanno una piccola finestra protetta
da una grata di metallo, da cui si affaccia il negoziante. All'interno
si può intravedere una enorme quantità di merci, appese al soffitto,
attaccate alle pareti e sparse per terra. Come facciano a trovare
quello che i clienti (pochi...) chiedono, non lo so proprio!
Alla gente del posto, a quanto sembra, piace moltissimo copiare il look
occidentale. La musica che ascoltano qui è un misto tra l'hip-hop e i
ritmi tribali, e alcuni ragazzi si aggirano con lo stereo sulla spalla
e il volume al massimo, tenendo il tempo con la testa. Le insegne dei
negozi sono colorate con tinte fosforescenti e caratteri dall'aria
vagamente vintage - tipo i
fustini del detersivo, tanto per intenderci... I vestiti più utilizzati
sono simili a quelli occidentali, tranne per il fatto che i colori sono
molto più sgargianti. Al contrario, gli abiti tradizionali sono usati
soltanto dagli anziani.
Ogni tanto, lungo le vie principali, la pula mette dei posti di blocco.
Un posto di blocco, in Kenya, consiste sostanzialmente in due sbarre di
ferro piene di "aculei" poste di traverso in mezzo alla strada. A
custodire le suddette sbarre ci sono tre o quattro militari armti fino
ai denti e con le mitragliatrici cariche. Se una vettura non si ferma,
non solo gli si riducono le ruote a un colabrodo a causa di tutta la
ferraglia che spunta dal terreno; anche i passeggeri rischiano di
diventare simili a un pezzo di groviera, a causa delle simpatiche armi
dei poliziotti!
Nel pomeriggio, invece, abbiamo fatto un giro (a piedi, questa volta!)
per il centro di Nairobi. Qui, seppur con tutte le limitazioni del
caso, ci si sente già molto più "a casa". Ci sono dei palazzi
"normali", dei negozi "normali" e delle piazze "normali". Solo le
strade, in ogni caso, non sono normali. Come dire... meglio fare
attenzione, se si vuole attraversare in un punto dove passano le
macchine!
A una prima occhiata, la differenza principale tra il centro di Nairobi
e quello di una qualsiasi città occidentale, è soprattutto una
questione di "manutenzione & disinfestazione": infatti, in molti
luoghi, il fango regna sovrano. E gli addetti alla nettezza urbana
hanno la pessima abitudine di bruciare alcuni tipi di rifiuti
direttamente sotto gli occhi e i nasi dei passanti (che peraltro, nella
maggior parte dei casi, non fanno una piega).
Infine, una rigenerante incursione di shopping
in un centro commerciale di un quartiere "indiano". Gli indiani, qui,
sono numerosissimi, e costituiscono una percentuale non indifferente
della popolazione più benestante. All'ingresso del centro commerciale,
un enorme bar da cui esce un insopportabile odore di pollo fritto e curry
accoglie l'ignaro visitatore. Poi si entra nell'ipermercato, e
finalmente ci si sente in Italia. Ci sono i cellulari Motorola e la
pasta Barilla. A caro prezzo, ma ci sono!
Il mio prezioso acquisto di oggi è stato un numero dell'edizione Kenyana di Cosmopolitan.
L'ho pagato il doppio rispetto all'Italia (qui costa tutto pochissimo,
meno l'acqua e la carta!), ma sono una lettrice accanita di quella
rivista e non posso farne a meno... è più forte di me!!! E poi, a parte
tutto, sfogliando velocemente le prime pagine mi sono saltate
all'occhio alcune curiose particolarità sugli argomenti trattati, sui
prodotti presentati e sulle foto scelte... particolarità che mi riservo
di esaminare con calma nei prossimi giorni!
To be continued...
Lo so che questo fenomeno fa
pensare a tutto meno che a una vacanza, ma sono già sveglia da più di
due ore, e non sono affatto stanca. Di solito, a quest'ora, mi rivolto
come un crotalo sotto le coperte. E ci sarebbe anche il fatto del fuso
orario! Però qui vanno tutti a dormire insindacabilmente alle nove, e
alle cinque del mattino sono già in piedi, belli arzilli e saltellanti.
Cantano pure. E io mi sveglio! Sgrunt...
In ogni caso, non si dice "paese che vai, usanze che trovi"? Per
l'appunto. Ieri, fin dal momento dello sbarco dall'aereo, ci sono
saltate all'occhio - e non senza un minimo di trauma - alcune
"particolarità" del luogo. E specialmente nell'accoglienza dello
straniero. Gli impiegati della dogana, ad esempio: se ne stavano lì,
placidi, tranquilli e vagamente sonnacchiosi. Si risvegliavano ogni
"tot" e fermavano un "mzungu" (= bianco. Di razza caucasica, se
vogliamo usare un termine tecnico) a caso, imponendogli con aria truce
di aprire il bagaglio. Hanno pinzato il metodico Mo, e gli hanno
chiesto se aveva qualcosa da dichiarare; lui, poveraccio, stava
trascinando il borsone della Tonda... manco sapeva cosa ci fosse
dentro! Mentre la Tonda si era dileguata da qualche parte - con la
valigia di Mo, ovviamente! - lo sfortunato figliolo stava lì a cercare
di spiegare alla guardia che lo zampirone non è una bomba!
Finita la trafila doganale, ci siamo precipitati a cercare Beata, la
direttrice della missione che è la meta del nostro peregrinare
(ullallà, che parole!). Scovata senza problemi, nonostante la folla
immane. Ma il peggio doveva ancora arrivare. E, a questo punto,
descriverò la situation, dettando alcune semplici "regole" per uscire indenni dall'aereoporto di Nairobi:
A parte che... MA PORK! Perchè non si riesce a telefonare?!?!
To be continued...
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